ESTRANEI?

C’è chi scrive, chi recita, chi costruisce la tridimensionalità di un testo e di uno spettacolo attraverso la regia.

E i produttori, oggi, in Italia, chi sono? quanti sono? dove sono?

Domande che mi frullano in testa oggi come non mai, dopo anni in cui cerco di portare in scena il testo che ho scritto per il teatro che, se non finisce nella carne, nell’esperienza e nella creatività di attori e regista, resta un testo muto, che si rimbalza addosso senza generare energia, quella che le storie profonde provano a trasmettere senza riserve.

Con Sara Alzetta e Paolo Fagiolo. Progetto teatrale a cura di Alessandro Marinuzzi.  (Photos by Sara Pisani)

SE
chi ha potuto vedere a Milano (Bookcity, 2017 – Teatro Franco Parenti) una sorta di premessa/promessa di quel che potrebbe diventare un giorno questo testo teatrale, continua a chiedere dove e quando potrà vederlo in scena;

SE
chi lo ha letto (“Estranei”, Edizioni del Gattaccio, 2015)
dice che “lo vedeva davanti agli occhi”;

SE
artisti e intellettuali con i quali ho parlato nel corso di questi anni,
l’hanno apprezzato e fatto crescere con consigli e suggerimenti;

perché in Italia si continua a ignorare l’importanza della fase di sviluppo di un progetto creativo e lo si lascia alla sola fatica di chi se lo accolla, lavorando gratis, con la speranza di arrivare prima o poi a farne un’opera viva e concreta?

Illuminanti risposte cercasi.

 

 

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ODYSSEY

Quando a raccontare è quella luce misurata che ritaglia i corpi e la parola di attori che recitano in greco moderno.

Quando il testo di un autore noto a tutti ci fa domandare se l’abbiamo mai letto davvero.

Quando la musica di un pianista che accompagna i movimenti, i cambi scena e le parole di Omero tiene tutto legato assieme.

"Odyssey" di Robert Wilson

“Odyssey” di Robert Wilson

Quando la platea è colma di studenti che hanno la fortuna di conoscere l’Odissea in questa versione che, lo senti fin dalla declamazione iniziale, diventerà storia del teatro.

Quando la scenografia, gli oggetti di scena, i costumi sono essenziali e straripanti di significato insieme.

Quando gli occhi riconoscono che ogni elemento di quel che stanno guardando è opera di un artigianato sublime, sia esso il testo (tradotto dal poeta contemporaneo inglese Simon Armitage) o la testa di Polifemo o i suoni che sostituiscono le parole usate dagli attori.

"Odyssey" di Robert Wilson

“Odyssey” di Robert Wilson

Quando tutto sembra  semplice ma ti accorgi che è invece il risultato perfettamente riuscito di una creazione complessa, allora è capolavoro.

Robert Wilson (Progetto, regia, scene e luci) voleva realizzare un’Odissea leggera. Che potesse anche farci sorridere.

Ha scelto la Compagnia del Teatro Nazionale Greco per innalzare un ponte tra il passato e il presente, tra la Grecia odierna e il resto del mondo, stravolgendo la visione di chi ha sempre visto e messo in scena quest’opera in maniera tradizionale.

Wilson ha riempito di vuoto l’Odissea, il viaggio dei viaggi.

Il vuoto commovente dei volti truccati di bianco, di quelle movenze dei corpi più vicini al teatro senza parola, di quel testo così scarno che s’inclina a ogni soffio di vento che arriva dagli incontri che Omero fa insieme ai suoi compagni di viaggio.

Un vuoto che respiriamo dall’antichità a oggi, per ammettere che esiste una sola Odissea: quella che riporta ciascuno di noi nella propria Itaca.

DON GIOVANNI

Di attori come te ne nascono di rado.

Sono venuta a teatro per guardare la tua versione del Don Giovanni, ma sai cosa mi è toccato subire? Filippo Timi chiuso nella peggior gabbia nella quale potrebbe ritrovarsi un attore: quello della simulazione di se stesso.

Anni fa, quando eri l’esordiente di indubbio talento, ci ribaltavi, non ci davi tregua.

Filippo Timi in Don Giovanni

Filippo Timi in Don Giovanni

Pensavo a Mozart, a Moliere.

Insomma a chi è venuto prima di te e avrei scommesso su un Don Giovanni alla loro altezza perchè capace di raccontare la storia di un uomo.

Perchè l’umiltà, le contraddizioni e la fragilità, hanno sempre segnato i tuoi personaggi. Anche quelli un pò stronzi, come Don Giovanni.

Ma questo tuo eroe è rimasto così in superficie, un misero fatto di niente dentro a uno spettacolo visivo mozzafiato, con un lavoro sui costumi eccelso, alla Filippo Timi.

Quante grasse risate per quelle battute servite con tempi televisivi e un pò di compiacimento da parte tua.

Locandina del Don Giovanni di Filippo Timi

Locandina del Don Giovanni di Filippo Timi

Ma che cos’è fare teatro per te oggi?

Tutti hanno diritto di cambiare, di seguire altre rotte. Ma un attore e un autore con la tua personalità non possono lasciare il vuoto dopo tanto casino: musica, colori, cambi scena.

Ma dietro tanto ricamo, dov’era il battito cardiaco di Don Giovanni?

Non posso sopportare di andare a teatro per godere del tuo genio e andarmene desolata perchè anche tu ti sei perso: se nemmeno il teatro sa resistere a questo momento di panico, a chi mi rivolgo io?

OCCIDENTE SOLITARIO

Spariamo un pò di nomi:
Martin McDonagh (autore), Juan Diego Puerta Lopez (regista), Claudio Santamaria e Filippo Nigro, Massimo De Santis e Azzurra Antonacci (attori).

Due fratelli in eterno conflitto, un prete che non riesce a riconciliarli e una ragazza che si muove cercando di comunciare con loro senza riuscirci.

Perchè la vita là, in Irlanda, è diventata separazione.

"Occidente solitario" di Martin McDonagh

“Occidente solitario” di Martin McDonagh

Allora ci si stringe tutto a sè: bottiglie di whisky, statuine della madonna, il nuovo forno ma soprattutto le sue patatine. Sacchetti e sacchetti di patatine che lui, il più ingenuo dei due fratelli, Valen, interpretato da Filippo Nigro, non vuole condividere col fratello, Coleman, interpretato da Claudio Santamaria.

Niente patatine e nemmeno tutto il resto, come ribadirebbe l’ossessivo Valen mentre marchia con un pennarello tutto ciò che gli appartiene: V, V di Valen, io, Valen.

In quella casa tutto è suo perchè lui ha pagato. Perchè lui è l’innocente. Perchè lui, non è , a differenza del fratello Coleman, l’assassino di suo padre.

Ma, d’altro canto, in questa commedia dai toni cinici e dissacranti, come non capire Coleman? Il padre gli aveva toccato i capelli. Un commento di troppo e…bang, parte il colpo mortale.

I due fratelli scivolano sempre più in fondo alla desolazione ogni volta che provano a riappacificarsi. Ma niente, quella separazione di tutti da tutti è dura, autentica.

E sembra quasi che, tutto sommato, vada bene così, che quello sia comunque lo strumento di contatto che resta ai due fratelli rimasti orfani.

Ma quando, verso la fine, l’ingenuo Valen cerca di lasciare spazio alla “redenzione” fasulla di Coleman, noi con chi ci schieriamo: a difesa delle patatine (a ognuno le proprie!) o di un altisonante…  “Fratello, ricominciamo da capo”?

Io decisamente a favore delle prime.

LA MERDA, THE SHIT

E’  nuda e ha la pancia gonfia. E’ seduta su un enorme sgabello di ferro nero.
Si chiama Silvia. Silvia Gallerano e fa l’attrice. Tiene un microfono in mano.

Sembra un arto meccanico.
Il microfono, dico, è perfettamente integrato al suo corpo. E ci soffia dentro e se la ride, mentre prendiamo posto. Scuote la testa e dice: “Il pubblico più lento della storia del teatro.” E ride.

Acceso il microfono e accesi anche i suoi occhi che escono dal fondale come due pianeti appena nati. Stupiti e in attesa.

Silvia Gallerano nella pièce "La merda" di C.Ceresoli

Silvia Gallerano nella pièce “La merda” di C.Ceresoli

La merda, una parola, un’esclamazione che forse non è mai stata così frequentata prima dai “giovani” italiani. Ti guardi attorno e non puoi non lasciartelo scappare: “Che merda”. Ascolti le storie dei lavoratori di oggi, quelle che sono l’anima della Storia, la storia d’Italia e ops…che merda.

Cristian Ceresoli, autore italiano emigrato a Londra (per fare l’autore con più dignità?), guarda e racconta la sua Italia riducendo in frammenti sempre più piccoli l’Inno nazionale che sgorga fuori senza posa dalla pancia di Silvia Gallerano.

Ma era davvero lei a cantare o era il piccolo chiuso dentro la sua pancia, quasi con un certo disgusto (il sottotitolo della pièce in effetti è Il decalogo del disgusto) e senza troppa convinzione come quando si assaggia qualcosa dal sapore decisamente amaro?

Mica si può stare solo a guardare, no?
Ma non si poteva nemmeno fermare il mostro meraviglioso che si agitava sopra lo sgabello sputando tutta la merda che ha mangiato per una vita qui, là, laggiù, lassù…insomma in Italia.

Cristian Ceresoli (orgoglio per noi giovani drammaturghi) ci ha consegnato un’Italia, la sua Italia e la nostra, attraverso i suoi frammenti, i suoi odori e i suoi passaggi dolorosi.

“Fratelli d’Italia!”, decidete cosa farne di tutta quella merda!

TEATRO FRANCO PARENTI O L’ARTE DELLA FAME

Non si tratta solo di compiere gli anni. Per noi del ’73 si tratta anche diventare quarant’enni, che è tutt’altra faccenda.

Ma il nòcciolo della questione, dentro a tutto questo rendere omaggio al vissuto in onore di quel che verrà, si spera con altrettanto entusiasmo, rischio e vivacità, è la fame. O per meglio dire, l’arte della fame.

Ieri sera il Teatro Franco Parenti ha compiuto 40 anni dalla prima, diventata storica, de “L’Ambleto” scritto da Giovanni Testori con la regia di Andrée Ruth Shammah, che vedeva in scena lo stesso Franco Parenti. Strepitoso.

Banchetto per i 40 anni del Teatro Franco PArenti (Mi)

Banchetto per i 40 anni del Teatro Franco Parenti (MI)

Non c’ero allora, sarei nata qualche mese dopo, ma c’ero ieri sera. Seduta in prima fila nella Sala Appartamento, guardavo il video (riprese RAI) di quello spettacolo che è stato, me ne rendo conto oggi, il germe della poetica di quella realtà teatrale che ha saputo cercare continuamente linfa e restare sveglio, acceso, presente: il Teatro Franco Parenti.

Penso agli anni in cui il teatro è rimasto chiuso per restauro e Andrée Ruth Shammah (direttore artistico del teatro), ha portato il teatro nei quartieri periferici di Milano, con il progetto “Il teatro sottocasa”, che ha ridato vita a luoghi “persi”, o al Tendone CityLife che ha sfamato gli abitanti del quartiere Bonola con appuntamenti di cultura musicale, teatrale, letteraria e non solo.

Banchetto 40 anni Teatro Franco Parenti (MI)

Banchetto per i 40 anni del Teatro Franco Parenti (MI)

Questa volta però il teatro è rimasto dov’è e ha invitato la città a festeggiare il lavoro fatto, le scelte prese nell’arco del tempo tese a risolvere le urgenze, a sfamare, a nutrire. Allora come oggi.

In perfetta linea con il tema dell’Expò 2015: “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”, ecco un tavolo lunghissimo, imbandito con cibi semplici: miele, formaggi, patate, pane…e la luce delle candele, la cera che cola e si solidifica su bottiglie vuote e riporta tutto un pò indietro.

Non ho mangiato. Non avevo fame?
E’ che avevo le farfalle allo stomaco, come quando t’innamori e tutto diventa all’improvviso elementare e potente.

Una regia perfetta, un banchetto destino a durare…

p.s. sabato 19 e domenica 20 gennaio RAI 5 trasmetterà alcuni spettacoli storici del Teatro Franco Parenti per i suoi primi 40 anni. E’ un’occasione per vedere “L’Ambleto” (e non solo) e godere di tanta genialità!

ATTI UNICI

Anton Cechov è stato puntuale.
Qui a Milano nevicava, era la prima neve dell’autunno 2012. Un esordio in piena regola. Perchè, ogni volta che nevica, sembra sempre…la prima volta.

Un momento dagli Atti unici di Cechov (regia di R. Rustioni)

Un momento dagli Atti unici di Cechov (regia di R. Rustioni)

Messo in scena al Teatroi, con la regia di Roberto Rustioni, i tre atti unici di Cechov (L’orso, La domanda di matrimonio, L’anniversario) non erano Cechov. Erano testi smontati e riscritti. Con siparietti danzati e meccanici. Con sporcature in  dialetto meridionale. Col corpo al servizio del testo.

Tradimento dell’autore? Ricerca di attualizzazione? Non ho pensieri in merito.

La neve e la gente stipata a teatro era tutto quel che volevo quella sera, Cechov era solo un pretesto. Ma non avrebbe avuto lo stesso valore però se fossi andata a vedere Goldoni o Shakespeare, quella sera.

Cechov è Cechov.

In scena c’erano quattro attori e qualcosa che sapeva indubbiamente di Cechov. C’era la sua irriverenza, i suoi tempi umoristici e la cattiveria umana.

“SMIRNOV
Lutto! Non capisco, per chi mi prende? Come se non sapessi perchè porta questo domino nero e si è sepolta tra quattro mura! Figurarsi! E’ così misterioso e poetico! Davanti alla sua villa passa un ufficialetto o un poetrasto, guarda la finestra e pensa: Qui vive una Tamara che per amore del marito si è sepolta tra queste quattro mura. Li conosciamo questi trucchi!

POPOVA
Cosa? Come osa dirmi queste cose?

SMIRNOV
Lei si è sepolta viva, ma non si è dimenticata di mettersi la cipria!”

Ma per me quella sera Cechov era sul tram, sul marciapiede bianco. Tanto Cechov fuori scena. Tanto Cechov prima e dopo lo spettacolo.

Mentre fuori l’autunno emulava l’inverno, io ripensavo al tradimento. Di un testo, di una storia, di una stagione.

Tutto qua.

***

(Estratto da “L’orso” in “Atti unici” di Anton Cechov.
Einaudi – collezione di teatro – traduzione di Vittorio Strada)

EXAMLETO

Sei o non sei Amleto?
Sei morto o sei vivo?
Mai stato più vivo di così?

Siediti e taci, questo è l’Amleto, l’Examleto di Roberto Herlitzka.

Questo è l’Amleto che, con coraggio, strappa al buio la poca, misera luce rimasta dentro i tradimenti che la famiglia ha versato sulla famiglia.

Roberto Herlitzka in Examleto

Roberto Herlitzka in Examleto

Sottovoce, Herlitzka, corre, corre, corre.
Si affanna per riporate tutto quanto a un grado di decenza e di dignità necessari a qualsiasi essere umano per potersi dire…vivo.

Ah, sì, la vita: me n’ero dimenticata. Perchè altrimenti sarei qui stasera? Teatro Franco Parenti, Milano. Sala A come Amleto.

Se lui sta faticando tanto, perchè dalla platea, si sente solo il lieve fiato di un attore, minuscolo, magro e pallido? Perchè, mentre entra ed esce dalla storia di un figlio tradito e abbandonato, mentre parla con il fantasma del padre, mentre sputa rabbia contro la madre e medita vendetta contro lo zio-patrigno, perchè è così leggero? Come fa a volare sul quel piccolissimo palco accompagnato soltanto da un tesco, anche lui timido pare, e da una sedia bianca usurata?

Non ha bisogno d’altro?

Solo, senza musica, un unico cambio di luce, fucsia, ad un certo punto, un insolente fucsia a fissare nel tempo il passaggio più famoso…”essere o non essere.”

E intanto Shakespeare sorride. L’ho visto da qualche parte, a un certo punto.

Che altro? Niente.

Che bisogno c’era, in effetti, di essere in dodici su quel palco se un infantile e sapiente attore riesce a dialogare con gli assenti Marcello, Orazio, Rosencrantz e Guidelstern e a farci sentire le risposte che nessuno pronuncia?

Che voglia di stropicciarsi l’anima che aveva, qualche sera fa, quell’attore.

Ma chi l’ha autorizzato a rovistare anche in me?
Sarà stato Shakesperare, l’ho visto da qualche parte, a un certo punto.

Senza rendermi conto di quello che stava combinando, mi ha convinta con delicatezza a fidarmi di lui e di Shakespeare, e a quel punto io gli ho confessato tutto, tutto l’amore che ho da rilanciare, tutta la voglia di uccidere e di gridare rabbia e verità.

Su quel palco c’era posto per tutti, per tutti i personaggi che ci presentava Herlitzka, invisibili ma presenti, e per tutti quelli seduti in platea. Per me.

Tieni, Shakespeare, prenditi tutti i miei segreti e passali a quell’attore.
So per certo che – insieme – saprete farne lama sottile a metterci in guardia dal sonno, l’unico vero nemico da scalfire.

AMLETO:

“Gli attori non sanno tenere segreti. Spifferano ogni cosa.
E qualunque panorama vorrete mostrargli, se non avete vergogna voi ad espoglierlo, non avrà vergogna lui a spiegarvi di che si tratta.”

IMITATION OF DEATH

Ricci/Forte.
Piccolo Teatro Studio. Milano. Ieri sera.

Entriamo in sala al volo, rischiando di non poter più accedere ai posti in platea perchè lo spettacolo sta per cominciare.
Fila 5 posti 41 e 42 sinistra.
Seduti.
Zitti.

Corpi supini, in mutande, ricoprono l’intero palco e mentre la gente finisce di sistemarsi e le luci in sala si abbassano lentamente, i corpi respirano dentro un sacchetto di carta. Ricerca di ossigeno, ricerca di uno spazio vitale. L’ultimo?

“Imitation of death” di Ricci/Forte

Lo spettacolo, perchè “Imitation of death” non è una pièce ma una perfomance per 16 corpi, uomini e donne, corpi alti e bassi, magri e paffuti, barbuti e glabri. Corpi nudi di performer che si trascinano afferrando il membro reciproco, che ballano la mazurka, che si soffiano fumo addosso.

Mazurka?
Sì, dagli amplificatori batte, in 3/4, una musica che accompagna ognuno di loro sul confine con la morte, ognuno con la propria storia, rotture di ossa, lutti, amori e disamori. Inferno e paradiso.
Anche se tutti quei corpi si muovono sincronizzzati, è una mazurka diversa per ciascuno di loro.

Si entra ed esce negli anni ’80.
Luci al neon verdi e fucsia.
Pochissimo testo.
Tutto corpo e una questione da risolvere:
Dov’è la morte? In prossimità di cosa?

“Imitation of death” di Ricci/Forte

Non è stato un incontro con una drammaturgia nuova o dirompente, come si legge spesso negli articoli che troverete ovunque su questi due autori e registi della tv e del teatro di oggi. (Dai “I Cesaroni” a “Macadamia Nut Brittle”)

E’ stata piuttosto una partecipazione pubblica a una domanda:
Quanto siamo disposti a perdere per restare vivi?

Quei corpi che all’inizio soffiano in uno spazio limitato (un sacchetto di carta) alla ricerca della vita, alla fine li ritroviamo sparsi sullo stesso palco chiusi ognuno a rispondere all’accumulo di oggetti che hanno scelto strada facendo.

Cosa farne di tutte quelle riviste? Di tutte quelle pastiglie? Di tutte quelle bambole? Di tutti quei trofei sportivi che intralciano la morte, la vita?

I due autori si sono ispirati al tema caro alla scrittore Chuck Palahniuk, l’impossibilità di costruire rapporti con gli altri sostituita dall’ossessione per gli oggetti.

Oggetti che non ci tradiranno mai, che sostituiscono l’immagine che abbiamo di noi. Che ci presentano al mondo.

Ma poi, difronte alla morte, a fine spettacolo, nudi nostro malgrado, quanto siamo disposti a perdere per restare vivi?

ANTIGONE

Quanto più abbiamo messo radici, tanto più siamo in grado di diventare.
Quanto più conosciamo il passato, tanto più siamo liberi d’inventare il futuro.
Solo se siamo presenti e vigili, però.

Lo sa bene Valeria Parrella che ha scritto una versione rivisitata in chiave moderna dell’Antigone di Sofocle, un dramma sul pericolo della perdita della dignità.

Perchè? Perchè Antigone è una donna che non accetta che il diritto civile che regola le leggi dell’uomo sia astrazione, che non abbia quella mobilità che, come le migliori società c’insegnano, dovrebbe essere liquido e seguire la morfologia umana.

Bozzetto di Caspar Neher per il Prologo dell’Antigone diretta da B.Brecht

Ci basti guardare oggi quanta fatica per aggiornare la nostra legislazione affinchè tutti i cittadini siano tali difronte alla legge, anche nel momento di morire.

Antigone e il diritto di non esistere più.

“CORIFEA
Il diritto è una cassa di legno, non un albero: deve custodire, non germogliare.

CORIFEO
Pensa però se le assi della cassa ritrovassero la loro essenza, il loro prinicipio d’origine e tornassero ad avere radici, e aerei rami gemmati.

La trama la conosciamo: Antigone decide di seppellire il cadavere del fratello Polinice contro la volontà del re di Tebe, Creonte. Scoperta, viene condannata dal re a vivere il resto della sua vita in prigione. In seguito alle profezie dell’indovino Tiresia e alle suppliche del coro, Creonte decide di liberarla, ma troppo tardi, perché Antigone nel frattempo si è impiccata.

Valeria Parrella fa un salto nell’attualità riportando il confronto dialettico tra i personaggi (molto efficace quello del coro) attorno al tema dell’eutanasia. Il fratello è in coma da tempo, troppo tempo e lei decide di staccare la spina.

La ragione che sostiene il suo gesto?

“ANTIGONE (rivolgendosi al Legislatore)
La vita è un soffio che esce, signore, non uno che entra. Io questo so, e non mi pento di quello che ho fatto.”

Davanti a un fratello, un padre, una madre, un amico, com’è possibile che la legge ci vieti di tutelare la vita proprio mentre questa ha cambiato forma ed è diventata morte? Come possono i “legislatori” non capire che si tratta ancora dell’amore per la vita, proprio mentre si stacca la spina?

La prima rappresentazione dell’Antigone riscritta da V.Parrella è andata in scena a Napoli (Teatro Mercadante) lo scorso settembre.
Mi auguro che i teatri d’Italia vogliano dare spazio a due autori come Sofocle e come Parrella che dietro le quinte dello stesso palcoscenico, a distanza di secoli, ci regalano un’occasione per non restare seduti a guardare e che ci fanno salire l’urgenza di manifestare il nostro esistere anche per ridare la parola a quei corpi in attesa di andarsene, corpi che la legge incatena a sè e al vuoto di senso.

Parrella, Sofocle.

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Libro citato:

Antigone, Valeria Parrella, Einaudi (collana L’Arcipelago), 2012