IMITATION OF DEATH

Ricci/Forte.
Piccolo Teatro Studio. Milano. Ieri sera.

Entriamo in sala al volo, rischiando di non poter più accedere ai posti in platea perchè lo spettacolo sta per cominciare.
Fila 5 posti 41 e 42 sinistra.
Seduti.
Zitti.

Corpi supini, in mutande, ricoprono l’intero palco e mentre la gente finisce di sistemarsi e le luci in sala si abbassano lentamente, i corpi respirano dentro un sacchetto di carta. Ricerca di ossigeno, ricerca di uno spazio vitale. L’ultimo?

“Imitation of death” di Ricci/Forte

Lo spettacolo, perchè “Imitation of death” non è una pièce ma una perfomance per 16 corpi, uomini e donne, corpi alti e bassi, magri e paffuti, barbuti e glabri. Corpi nudi di performer che si trascinano afferrando il membro reciproco, che ballano la mazurka, che si soffiano fumo addosso.

Mazurka?
Sì, dagli amplificatori batte, in 3/4, una musica che accompagna ognuno di loro sul confine con la morte, ognuno con la propria storia, rotture di ossa, lutti, amori e disamori. Inferno e paradiso.
Anche se tutti quei corpi si muovono sincronizzzati, è una mazurka diversa per ciascuno di loro.

Si entra ed esce negli anni ’80.
Luci al neon verdi e fucsia.
Pochissimo testo.
Tutto corpo e una questione da risolvere:
Dov’è la morte? In prossimità di cosa?

“Imitation of death” di Ricci/Forte

Non è stato un incontro con una drammaturgia nuova o dirompente, come si legge spesso negli articoli che troverete ovunque su questi due autori e registi della tv e del teatro di oggi. (Dai “I Cesaroni” a “Macadamia Nut Brittle”)

E’ stata piuttosto una partecipazione pubblica a una domanda:
Quanto siamo disposti a perdere per restare vivi?

Quei corpi che all’inizio soffiano in uno spazio limitato (un sacchetto di carta) alla ricerca della vita, alla fine li ritroviamo sparsi sullo stesso palco chiusi ognuno a rispondere all’accumulo di oggetti che hanno scelto strada facendo.

Cosa farne di tutte quelle riviste? Di tutte quelle pastiglie? Di tutte quelle bambole? Di tutti quei trofei sportivi che intralciano la morte, la vita?

I due autori si sono ispirati al tema caro alla scrittore Chuck Palahniuk, l’impossibilità di costruire rapporti con gli altri sostituita dall’ossessione per gli oggetti.

Oggetti che non ci tradiranno mai, che sostituiscono l’immagine che abbiamo di noi. Che ci presentano al mondo.

Ma poi, difronte alla morte, a fine spettacolo, nudi nostro malgrado, quanto siamo disposti a perdere per restare vivi?

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