QUANDO LE CATASTROFI (NATURALI) CI RIPORTANO A CASA.

Ogni tanto ci perdiamo e non sappiamo più tornare a casa.
La casa è il luogo dove sono sempre rimasta, senza che me ne accorgessi, anche quando mi credevo caduta altrove.

Ad alcuni, i più fortunati, capita di diventare dei sopravvissuti. E’ così che è accaduto in due libri semplici nella trama ma profondamente catartici.

Il primo è il romanzo di Emmanuel Carrère, “Vite che non sono la mia”, scritto dopo l’esperienza diretta dello scrittore durante le vacanze di Natale del 2004, quando era con la famiglia in Sri Lanka, i giorni in cui lo tsunami devastò le coste del Pacifico. Da lì, non risultava così chiaro cosa stesse accadendo ma la moglie – telegiornalista – ricevette dall’Europa una telefonata di lavoro dalla sua agenzia: “un’enorme catastrofe”, ecco come venne definita la metamorfosi che stavano vivendo. Testimoni di uno tsunami di dimensioni immani, Carrère e la moglie vivono un rovesciamento inatteso della loro storia d’amore in quel momento in forte declino.

Fotografia di John Stanmeier

Chiusi in un bungalow, entrambi sanno che è finita e che non resta che lasciarsi.
“Stesi l’uno contro l’altra, non osavamo parlare della prima volta, di quella promessa cui entrambi avevamo creduto con tanto ardore e che, con evidenza, non sarebbe stata mantenuta. Tra noi non c’era ostilità, ci guardavamo semplicemente allontanarci l’uno dall’altra con dispiacere: era un peccato.”

Ma poi arriva l’onda, a portarsi via per sempre corpi, storie e amanti, padri e figli, case e alberi, e loro, Emmanuel e Hélène, respirano quell’aria pericolosa, assistono allo svuotamento della vita di due genitori conosciuti per caso che in quell’occasione perdono il loro bambino.

Lì dove tutto trema, dove tutto è scomparso in pochi minuti, l’autore e la compagna ricominciano a guardarsi con occhi diversi.  E quella sensazione di perdita che prima era evidente, diventa ora pretesto per chiedersi una volta per tutte se la strada verso casa sia davvero smarrita.

Accade la stessa cosa a Keith Meudecker, il protagonista del romanzo “L’uomo che cade” di Don DeLillo. Sopravvissuto all’attentato dell’11 settembre, scende le scale della Torre Nord nel World Trade Center poco prima del suo crollo, esce nel nuovo mondo e non è più lo stesso uomo.

Keith da un anno ha lasciato la casa dove vivono la moglie Lianne e il figlio Justin, la casa dove ha lasciato una storia finita. Ma, una volta riemerso dalla polvere, coi pezzi di vetro e frammenti di pelle altrui sul viso e sul corpo, anzichè tornare nella propria casa, si avvia verso l’altra casa, la casa, quella in cui vivono Lianne e Justin.

E’ la moglie ad aprire la porta a un uomo che riconosce ma che non conosce più. Nessuno fa domande, tutto è evidente, quasi il passato si fosse polverizzato in un attimo e ora ci fosse solo spazio per il futuro. A partire da adesso.

E lo stile di DeLillo, così ammaliante e misurato, ci porta in questo viaggio letterario apocalittico. E tutto, come sempre nei suoi romanzi, suona meravigliosamente intimo.

“Provò a dirsi che era vivo , ma era un’idea troppo oscura per riuscire a prendere corpo. Non c’erano il taxi e il traffico in genere scarseggiava e allora apparve un vecchio furgoncino, una ditta elettrica di Long Island City, e gli si accostò e il conducente si sporse verso il finestrino dal lato del passeggero a esaminare ciò che stava vedendo, un uomo incrostato di cenere, di materia polverizzata, e gli chiese dove voleva andare. Fu solo una volta salito a bordo e chiusa la portiera che capì dov’era diretto fin dall’inizio.”

Giro la chiave nella toppa della porta di casa e penso:
La letteratura è la catastrofe che mi fa tornare a casa tutti i giorni . Sono fortunata, amore mio.”

————-

Libri citati:

“Vite che non sono la mia” di Emmanuel Carrère (ed. Einaudi, 2011) traduzione di Maurizia Balmelli

“L’uomo che cade” di Don DeLillo (ed. Einaudi, 2008) traduzione di Matteo Colombo

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