ELOGIO DEL CONFINE

Ieri, domenica, quasi autunno,  leggo su un quotidiano della sindrome che ha colpito alcuni scrittori negli ultimi tempi: farsi soccorrere da alcune APP in vendita sul web per bloccare l’acceso a internet, ricordargli che sono passate 8 ore di consumazione di traffico e che è ora di tornare a scrivere.

Agghiacciante.

Vilhelm Hammershoi “White doors” (1905)

Nell’articolo di Paolo Di Stefano (Corriere della Sera) si fa riferimento a Zadie Smith, nota soprattutto per il suo best seller “Denti bianchi”, che anzichè dedicare il suo nuovo libro in uscita a marito, cane, gatto, figli, genitori, amici, lo dedica a Freedom e Selfcontrol “per aver creato il tempo” (per scrivere) .

Mi chiedo e mi domando: se è più urgente restare a navigare per ore, farsi rubare il tempo e lo spazio della letteratura, quello che senza remore sfida ogni scrittore, che gli chiede di compiersi e srotolarsi sulle pagine bianche, se lo scrittore si lascia togliere il compagno più prezioso e pericoloso che ha disposizione, se non tutela se stesso e la propria letteratura, il moto dell’andare e venire delle parole che hanno bisogno della presenza dell’autore, della sua concentrazione, dei suoi ritmi intermittenti di stesura, se non ci si occupa del proprio mestiere, del proprio agire sul tempo, perchè scrivere?

Nessun processo all’utilizzo di internet, dei viaggi esplorativi che si fanno tramite esso. Uno strumento che consente all’uomo di gonfiarsi d’informazioni ma che sta a lui riportare nelle dimensioni della propria vita quotidiana.

Farsi rubare lo spazio della letteratura è un crimine che si compie verso la letteratura. Non è per purismo o romanticismo ma al contrario per rivendicare quel forte senso di materialità che appartiene allo scrivere, a quell’atto di essere da soli davanti a uno schermo o a un foglio per attraversare il confine tra l’ignoto e il rivelato, tra quello che lo scrittore conosce già di sè o che invece non aveva mai visto prima.

Perchè di questo è capace la letteratura. Di affondare nei sapori, negli odori della storia raccontata e della storia dell’umanità. Di lasciare impronte indelebili nel tempo trascorso a occuparsi delle parole, della trama, dei personaggi. Ogni giorno impronte diverse sui fogli, che lo scrittore cancella, sistema, sposta, riposiziona.

Perchè è tramite quel mestiere, chiamato letteratura, che lo scrittore diventa materia. Con quella stessa elementare eccitazione di quando da ragazzini si giocava a “guardie e ladri”, lo scrittore e i suoi personaggi si danno la caccia fino a dimenticarsi l’uno dell’altro a fine partita. E arrivare all’ultima parola del suo romanzo accade solo se lo scrittore accetta di oltrepassare il confine tra spazio quotidiano e spazio letterario che lo costringe a stare da solo, anche senza internet. Tutto qui.

p.s.

Segnalo che al momento non esistono APP in grado di sottrarre lo scrittore alla solitudine del suo corpo davanti al vuoto.

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2 Comments

    • Benvenuto/a in questa “casa” dell’estemporaneità! Ho una regola fondamentale: scrivere un articolo entro un tempo massimo di 30 minuti. E’ un buon esercizio di scrittura che dovrebbe dar risultati interessanti anche per il lettore. Speriamo!

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